12 marzo 2007

Lynch folies

Una mostra da Lynciaggio!
Il Manifesto stronca la Mostra parigina di David Lynch. Ecco il pezzo uscito sabato, a firma di Ivo Bonaccorsi.

Una mostra gardaland per il genio di Lynch«The air is on fire», alla Fondation Cartier fino al 27, è più una fieretta che un'occasione per immergersi negli universi pop e surrealisti del regista.
Se identifichiamo con l'aggettivo «lynchiano» la sintesi di universi pop e surrealisti, dovremmo probabilmente evitare la mega-mostra David Lynch apertasi la settimana scorsa alla Fondation Cartier a Parigi e visibile fino al 27 maggio. Finite le follie del vernissage con risse mondane, più isteriche che violente - divampate nelle code d'attesa che assomigliavano a piccoli trailers di un suo film in progress - sedate dal regista in persona, rivelatosi esperto addomesticatore di nevrotici, la mostra altro non è che un set abbandonato e accessibile ai fans (che sono tanti!). Tutti desiderosi di scoprire quanto sia influente, sul difficile terreno della odierna fashionable-art, la ricerca di un maestro del cinema del nostro tempo. Sperduto in un'architettura di lusso, l'uomo delle geografie emotive di Twin Peaks prodiga, come a un salon d'altri tempi, il suo savoir-faire, quasi fosse un qualunque altro artista di Missoula, Montana, impegnato in una retrospettiva di mezza età. Nel momento in cui scompare dalle sale cinematografiche della città il suo capolavoro Inland Empire, che con una sola proiezione in loop a questa mostra avrebbe soddisfatto l'occhio lubrico dei compulsivi frequentatori del contemporaneo, eccoci di fronte a una mise en scénè degna di una fieretta d'arte polacca, con un involontario controcampo del Sunset Boulevard, non del Bhv duchampiano, affollato di veri artisti-star abituati al decollo di jet privati supercollectors che acquistano al telefono. Probabilmente mal consigliato dal curatore, già responsabile della favola di J. Paul Gautier in versione piccola fornaia che diventa couturier, il maestro Lynch deve piegarsi a un production-designer che gli addebita la concezione dell'intera mostra con tanto di grotta salotto da parco dei divertimenti e non lo informa che fuori dal suo studio, per tanti artisti e pubblico pagante, lui è «David Lynch». Si preferisce invece crocifiggerlo tra due colossi della taglia di Bacon e Kiefer proponendo tende e velluti, per definire la monumentalità di opere da cavalletto che interagiscono con lo spazio in modo ridicolo. Se un grande del cinema come Bertolucci citò Bacon in Ultimo tango a Parigi con grande sapienza e lo fece nei generiques con rispetto e grazia, piacerebbe non vedere spacciati disegni su post-it, frontespizi di sceneggiature, scatole di fiammiferi... come miniere a cui attingere per costruire un display demenziale per delle visioni indimenticabili. Vorremmo che il fuoco camminasse con noi tra queste strutture tubolari, questo grigio insulso dei fondali e i pulsantini - suoni da mostra interattiva che evocano una Gardaland, poco lynchiana, con sound track stupidino e per niente Mulholland Drive. Superato a fatica questo livello di repulsione cominceremo forse a vedere le opere. Distorted Nude è la serie più recente(2004), un esercizio di numerique e assemblage risolto con spazi che citano Kitaj e nella migliore delle ipotesi la relazione feticistica di un sacerdote Fang con lo sputo, il sangue e la materia magica che incorporerà nel feticcio. Al piano inferiore David Lynch ricorda che è il grande inventore dei sequels improbabili e della permeabilità da piccolo schermo a sala cinematografica e finalmente ci regala una vera sala, un teatro con un pavimento di lampadine e uno schermo con tende pesanti, in cui proietta i suoi primi cortometraggi: una boccata di ossigeno. Ma dove sono Lula, Laura Palmer, Donna e tutta la corte di personaggi di veglia - appariranno e scompariranno nei termosifoni? Vorremmo far scivolare gli occhi sulle mensole con inquietanti ritrattini di famiglia, sobbalzare forse per i guasti di corrente alternata, aver troppo caldo o troppo freddo, avvertire il più piccolo rumore, percepire insomma i contrasti e gli slittamenti di senso che fanno gemere conigli-feto e apparire donne dalle guance rosate dall'acne. Purtroppo continuiamo a aggirarci tra slavati medi formati alla Schnabel e verrebbe voglia di presentargli Enzo Cucchi (ma forse lo conosce già!) per spiegargli che la vittoria dell'immagine si gioca su supporti fisici, che la matericità non giova al suo lavoro, che il solo viaggio del vecchio personaggio sul tagliaerba per rivedere il fratello è a tutti gli effetti una strepitosa opera di land-art. Spieghiamo non a Lynch, che già lo sa, bensì agli organizzatori di questi baracconi, con book-shop che vendono gadgets, che Una storia vera è commovente come una passeggiata di Francis Alÿs e in più è popolare e ci rifarà piangere. Sapendo che oggi tecnica mista su carta, fotografia colore o film 16mm. pari sono, dal punto di vista del mercato, se non da quello della significazione... evitiamo così a Lynch questa imbarazzante intrusione nel suo universo privato a meno che non ce lo chieda elegantemente, come hanno fatto prima di lui Kiarostami o Paradjanov. Oppure lasciamolo alle sue collaborazioni con il celebre design di calzature Laboutin pronte per le vetrine dei negozi perché sculture... non sono, anche se somigliano a Franz West o Twombly. Ricordandoci che qualche artista furbetto espose la sagoma del cartello Twin Peaks «tel quel» in galleria non più di qualche anno fa, ma nessuno ancora il neon-insegna Silencio del teatrino di Mulholland drive... sussuriamocelo piano come un altro plot all'orecchio sordo di Blue Velvet. Non più ricatti come questo... Silencio... l'unico bel gesto da fare per incendiare l'aria alla Fondation Cartier poiché Lynch può davvero permetterselo.

2 commenti:

Florelle ha detto...

Dai, chi è che ha il coraggio di leggere un articolo così lungo ?

gab ha detto...

Dillo a quello che l'ha scritto, il giornalista del MAnifesto che io ho citato pari pari. Però ci sono un po' di foto, dai!