Anteprime Vetriolo
The departed, una storia italiana
The departed è un gran film. Erano anni che Scorsese non firm
ava un’opera così avvincente, così fluida che non ti accorgi neanche che supera le due ore e mezza. Il bello è che non ti accorgi che è di Scorsese, tanto la macchina da presa è discreta ed al servizio di un
a storia degna di una tragedia vittoriana. Non ci sono i pezzi da maestro al quale il regista di The aviator ci aveva abituato, mancano le scene madri e i vorticosi movimenti di macchina di chi ha imparato il cinema guardando i film di Max Op
huls. La musicalità del film, il suo ritmo è scandito dal montaggio, dai dialoghi, dai corpi di un nutrito gruppo di attori che sullo schermo fa scintille. E non parliamo solo dei protagonisti, il poliziotto buono e sfigato, costretto a fare l'infiltrato (Di Caprio), il poliziotto yuppie e corrotto (Matt Damon) e il criminale, folle e carismatico (Jack Nicholson). Ci sono un Mark Wahlberg da antologia (le
sue battute sboccate sono fulminanti), un Martin Sheen commovente e un Alec Baldwin grasso e unto da urlo. Ritornando a parlare ancora una volta di mafia, Scorsese lo fa con un piglio diverso: complice una sceneggiatura che aggiorna l’orientale Infernal Affairs (a riprova
che il miglior cinema del mondo, il più contemporaneo, è non occidentale), The departed dà modernità e complessità a un fenomeno criminale cinematograficamente inflazionato. Ci fa capire, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia ambigua la distinzione tra bene e male, tra buoni e cattivi, tra “noi” e “loro” (per ripetere una dicotomia cara al Presidente Bush e all’ex-presidente Berlusconi). E che il male che si nasconde (e si identifica) nelle istituzioni (polizia, Fbi, Cia) è ben più nefando del cancro che si pretende di combattere. Potrebbe essere una storia italiana, magari ambientata al Sismi.
ava un’opera così avvincente, così fluida che non ti accorgi neanche che supera le due ore e mezza. Il bello è che non ti accorgi che è di Scorsese, tanto la macchina da presa è discreta ed al servizio di un
a storia degna di una tragedia vittoriana. Non ci sono i pezzi da maestro al quale il regista di The aviator ci aveva abituato, mancano le scene madri e i vorticosi movimenti di macchina di chi ha imparato il cinema guardando i film di Max Op
huls. La musicalità del film, il suo ritmo è scandito dal montaggio, dai dialoghi, dai corpi di un nutrito gruppo di attori che sullo schermo fa scintille. E non parliamo solo dei protagonisti, il poliziotto buono e sfigato, costretto a fare l'infiltrato (Di Caprio), il poliziotto yuppie e corrotto (Matt Damon) e il criminale, folle e carismatico (Jack Nicholson). Ci sono un Mark Wahlberg da antologia (le
sue battute sboccate sono fulminanti), un Martin Sheen commovente e un Alec Baldwin grasso e unto da urlo. Ritornando a parlare ancora una volta di mafia, Scorsese lo fa con un piglio diverso: complice una sceneggiatura che aggiorna l’orientale Infernal Affairs (a riprova
che il miglior cinema del mondo, il più contemporaneo, è non occidentale), The departed dà modernità e complessità a un fenomeno criminale cinematograficamente inflazionato. Ci fa capire, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia ambigua la distinzione tra bene e male, tra buoni e cattivi, tra “noi” e “loro” (per ripetere una dicotomia cara al Presidente Bush e all’ex-presidente Berlusconi). E che il male che si nasconde (e si identifica) nelle istituzioni (polizia, Fbi, Cia) è ben più nefando del cancro che si pretende di combattere. Potrebbe essere una storia italiana, magari ambientata al Sismi.
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